Ottantacinque

Un numero.

Non soltanto un numero.

Ottantacinque sono le belle storie stroncate in un istante, un mattino di agosto dell’anno millenovecentottanta dalla mano sporca di chi, come sempre accade in questi casi, non ha il coraggio di dichiarare la propria responsabilità e manifestarsi uscendo allo scoperto, dicendo: sono stato io, siamo stati noi. Sono io che ho voluto tutto questo.

Ottantacinque è stato un anno. Nel ventesimo secolo. Un anno in cui è fissato lo spartiacque tra qualcosa che era e quello che sarebbe stato. Il mio spartiacque.

Ottantacinque è una vetta non scalata, un traguardo non raggiunto. Perché il limite era stato fissato a poco prima e le barricate della resistenza, ad un certo momento, non hanno retto e, sorprese alle spalle, hanno cessato di fare il loro dovere. Il tempo si fermò.

Ottantacinque è oggi. Un giorno di festa. Comunque festa! Perché, seppur non sia durato a lungo il bel tempo, ogni immagine è presente e la ammiriamo come si guarda fuori dalla finestra ogni mattina, per scoprire come sarà il nuovo giorno consci di quanto positivo sia stato il cammino fino a quel preciso istante.

Ottantacinque.

C E N S U R A

La molla scatta un giorno all’improvviso, luglio inoltrato, caldo che raggiunge vette di un certo livello e tutto accade mentre intorno a noi i boschi bruciano e l’acqua si disperde prima di poter arrivare ai rubinetti di casa. Si creano emergenze rituali.

Così, all’improvviso, ti accorgi che piano piano il tuo modo di osservare le cose è cambiato e sei entrato in uno stato di confusione che non ti aiuta a comprendere quale sia il tuo vero Io. Ti accorgi che ora, non più in maniera figurata ma seriamente, sei arrivato a sentire quell’inadeguatezza che fino ad allora sembrava solamente apparire in superficie senza riuscire a penetrare nel profondo. Non sei più lo stesso di un tempo perché il tempo non è più quello di un tempo. Sembrerebbe una filastrocca giocosa ma non è.

Il mondo è differente e certi meccanismi del vivere non ti rendono più partecipe. Quello stesso mondo che hai sognato potesse cambiare, anche con il tuo aiuto, cambiare con l’apporto di una generazione intera che doveva semplicemente, e tranquillamente, rimetterlo sul solco che già era stato tracciato, invece…

Invece hanno vinto gli altri, ha vinto chi è riuscito nell’intento di portare individualismo dove si credeva che a sorridere fosse la collettività. Ha vinto chi ha seminato disprezzo a discapito della tolleranza. Ha vinto la forza del denaro a tutti i costi. Hanno vinto loro e adesso ci troviamo in un mondo che non può piacere e non ci piace.

Senti un senso di vertigini e ti monta la sensazione di nausea che si fa largo tra l’impellente desiderio di urlare e il più genuino sentimento di alzarsi e spaccare tutto. Sai bene che questo mondo non può essere il futuro, sai bene che già in passato, perché così è già stato, è durato per un lasso di tempo, non minimo ma allo stesso tempo non infinito. Il tempo è figurato da una ruota che girando nel suo asse, per forza di cose, restituisce qualcosa che è appartenuto al passato e ad oggi, quello che ci sembra chiaramente di decifrare, è il ritorno di alcuni rigurgiti che sembravano debellati. Acido non domato. Nei suoi sotterranei più nascosti sembra che il tempo si diverta a conservare il peggio delle generazioni che si sono susseguite e, arcana rivelazione, con casualità, e causalità sconosciuta, le fa trasparire.

Oggi, chiunque si sente in diritto di dire la sua. Non sarebbe reale, ed intellettivamente corretto, sostenere che qui si stia discutendo del fatto che a tutti, il vivere in democrazia, consente di esternare il proprio pensiero. Ma non è il pensiero in sé a preoccupare, dietro un pensiero c’è quasi sempre un disegno o un progetto, una discussione. Quello che preoccupa è il dover osservare che intorno a noi, il vivere democratico, faccia dono a chiunque della supponenza a dire la sua, il dono di aprire le labbra, muoverle più o meno armoniosamente, per sfiatare un qualcosa che non ha mai avuto il privilegio di essere pensato. Sfiatare dalla parte sbagliata. Non è il cervello a pigiare sul tasto dell’invio ma un altro organo, meno nobile, del corpo umano, ha creato il cortocircuito e ha preso il potere. Ed allora sia lodato l’avvento di una sorta di censura, laddove non ci sia “campo” per l’autonoma autocensura, se in grado di far fronte ad innumerevoli agglomerati di idiozie, per giunta, moleste.

GIUGNO

Quando credevo di aver messo insieme tutti i tasselli del puzzle, fui condotto in una stanza dalla quale la luce era stata costretta a rimanere fuori.

Dentro si sentiva presenza di poche cose, per quanto fosse possibile percepire nel buio, poco e niente fuori posto. Sicuramente era solo apparenza ma tutto sembrava in ordine.

Sono anche convinto che dentro la stanza non ci fosse nessuno perché non si sentiva respirare. Ma ad un tratto una voce interruppe l’incantesimo del silenzio. Io ero fermo, spalle rivolte al muro, ombra di me stesso, mentre le parole che avevo preso ad udire, molto lentamente colpivano, forte, quasi come se avesse avuto inizio l’ultimo incontro di boxe del programma serale.

Difficile capire, e difficoltoso mi era anche il carpire, il significato di una tale veemente girandola di colpi.

Mi sentivo il buio dentro ancorché la luce non mi sembrava fosse ancora tornata neppure nella stanza. Solo in lontananza una leggera fiamma di candela accesa, dispensatrice di profumi grevi.

Quella notte mi era stato intimato di accontentarmi di un “poco” mentre, al contrario, fino ad allora mi era stato concesso di godere della totalità.

Il mio rifiuto non riusciva a stare rinchiuso tra le pareti che circondano i polmoni.

Sintomi psicologici di dolore diffuso ma sentivo che non si trattava soltanto di una mera questione mentale.

Nausea. Lucidità che andava confondendosi con il fiume di parole che mi scorreva contro.

Inerzia. D’un tratto il viaggio trovava la sua conclusione non condivisa.

Non sono stato capace di accontentarmi di poco quando avevo conosciuto la completezza delle cose.

Ho preferito accontentarmi del Niente.

ore 19:00

La primavera alle porte.
Le ultime luci del giorno.

Ad un tratto, nell’attesa, il silenzio.
Un istante che si è protratto più a lungo di quanto non fosse nella sua realtà.
Silenzio!
E in quel silenzio l’onda montante di tutta la disperazione.
Ad un tratto, quello che non è più tangibile è racchiuso in questo malinconico desiderio.
Tutto intorno, il nulla.

L’attore


E’ mattino presto quando suona la sveglia dell’attore.
Non ci sono altri rumori oltre al suo respiro che, nel ricongiungimento con il presente, nuovamente, si fa udire al suo orecchio distratto. Nessuna immagine della notte gli resta impressa. Il sonno è momento di discontinuità con il suo reale.
Il letto è presto abbandonato. Adesso si sposta, cammina muovendo passi incerti nel buio di questo mattino d’inverno: muove passi appesantiti dalle tante vite costruite, parzialmente vissute, troppo in fretta bruciate, per istanti anche godute.
Ogni giorno c’è una maschera diversa da indossare e sotto quella maschera, ogni giorno, c’è qualcosa che bisogna nascondere, per fare in modo che il proprio cuore possa ergersi a protagonista nel machiavellico incerto gioco della vita.
Forse non è vero che tutte le persone lo abbiano fisso sotto i propri riflettori, non è certo che occhi a mille vivano immersi nella sua immagine. Forse questa è soltanto la sua assurda sensazione, quella che lo costringe a credere di essere costantemente sotto giudizio da parte di chiunque che possa doversi sempre trovare al centro di qualsiasi argomento.
Una assurda sensazione. Quella che gli impone di lottare con le unghie per apparire perfetto. Lottare contro tutto e contro tutti per vincere battaglie che neppure Pirro.
Il giorno scorre lento. A volte più veloce. A volte anche con insidie meno pressanti scivola leggero coccolato dal sole.
Fino a quando, poi, il sole, si nasconde sotto all’orizzonte ed il buio torna sovrano con il suo carico di realtà. La tavolozza del trucco scompare e l’attore torna a incontrare se stesso.
Scompaiono le mille e mille parole e la notte come sempre inghiottisce tutto.
Fino al nuovo trillo del mattino.

IL TEMPO CHE SCORRE (TRA BADANTI & ENERGUMENI)

Piccola dissertazione semiseria 

Ancora una volta un funerale. Un altro nell’arco di nemmeno un mese. 
Troppi. E, a volte, troppo difficile da spiegare è anche il come, e perché, ci si senta dentro quella sensazione che io chiamo necessità di essere presenti. 
Presenti rispetto a talune persone che abbiamo conosciuto, e che avremmo voluto rivedere un attimo prima ma non abbiamo fatto in tempo. 
A volte invece presenti, soltanto per stringere un lieve abbraccio virtuale intorno a chi adesso si trova a convivere più direttamente con l’assenza. 
A volte presenti per infondere coraggio. Più spesso, forse, presenti per suggere coraggio e miscelarlo a piccole dosi disperdendosi tra la folla.

Il rito si risolve sempre in piccoli e brevi passaggi e poi si ricomincia il cammino.
Ognuno per le proprie strade a cercare di vincere la propria di questione con la vita.
Ancora una volta il gruppo, o parte di esso, si è trovato per assistere ad un rito funebre, venti giorni prima alcuni di noi erano lì per un collega.
Oggi ci siamo incontrati per stringersi attorno ad altra persona di comune conoscenza. 

Intanto, dopo il silenzio dettato dal rito, le voci si muovono e si parla anche di qualcuno che non ha potuto esserci. Si dice di Gerardo, di Ofelia, che non sono proprio in forma.
E Callisto.. 
Si mormora, a voce rotta tra mugugni e parole spezzate, che Callisto non ce la farà a resistere tanto a lungo:
Peccato non è neppure così vecchio. 
No non lo è! 
Fumava però! 
Ah ecco… 
Si, fumava 40 sigarette al giorno, poi però aveva smesso. 
Beveva anche. 
Si, beveva molto e sembrava che non riuscisse a farne a meno. 
Povero uomo. 
E povera anche Penelope, dolce e tenera ad assisterlo in continuazione senza perderlo mai con lo sguardo.
E che coppia..
Quanti alibi e quanta ipocrisia.

Il tempo scorre e questi discorsi arrivano, prima o poi.
Arrivano perché sono discorsi generati, più che da noi stessi, dal tempo stesso che passa e non sempre siamo così pronti e capaci di riuscire a frenarli sul nascere.
Sono segni del tempo e il tempo non ti guarda in faccia, il tempo scorre dritto per la sua strada, neanche fosse un fiume che segue il suo percorso, comunque!
Il tempo ti copre con un manto velato e ti porta dove soltanto lui sa.

Ma poi, quando tutto è finito proviamo a guardare oltre.
Un breve percorso a piedi per raggiungere quel piccolo bar nelle vicinanze, fa freddo, beviamo un caffè.
Riuniti attorno ad un tavolino per stemperare il momento, ed è proprio quello l’istante in cui bisogna fare il passo per andare davvero oltre.
E proprio quello è l’attimo in cui, tra tutti, c’è sempre uno che sa essere simpatico, e allora, tra il serio ed il faceto, esordisce: “perdonatemi ma ho la sensazione che presto ci ritroveremo tutti quanti a seguire i funerali accompagnati della nostre badanti”. 
Istanti di puro gelo! Sguardi persi all’orizzonte. 
Qualcuno resta ammutolito, un altro cerca di sorridere alla boutade, un altro invece tenta di spiegare: “neppure tanto da buttare via l’ipotesi della badante. Sarebbe pur sempre meglio che presenziare, magari accompagnato per un tratto da quattro energumeni che ti portano sulle loro spalle per poi, probabilmente stanchi, convincersi all’unisono tutti e quattro, che è cosa migliore sgravarsi del peso e riporlo nel bagagliaio di un autovettura scura dalle forme strane e piuttosto allungate…”. 
Disgelo e sguardi che lasciano spazio ad un sorriso.
Ecco, è proprio quello il momento in cui riconosciamo di essere tornati con i piedi per terra, abbiamo consegnato definitivamente l’amico perduto alla sua nuova forma di vita e abbiamo preso coscienza di quello che siamo realmente qui lungo questo cammino.

1973/11/9/2001 (PER NON DIMENTICARE)

Per non dimenticare,
basterà postare una fotografia sul proprio profilo in un social a caso, una delle tante fotografie in cui si ritrae l’aereo che sta arrivando e promette di infrangersi contro il palazzo di colore chiaro.

Basterà fissare un’immagine, una di quelle in cui non si riconoscono esseri umani ma soltanto un gruppo di persone con le barbe incolte, kalashnikov in bella mostra e una cattiveria dentro da simulare verità.

Basterà magari mettere vicine le fotografie del posto, prima e dopo, per appurarne la desolazione e quanto siamo diventati bravi con i programmi di fotoritocco.

Basterebbe invece postare la foto di qualche personaggio riprovevole, il solito personaggio che rassicura, quello che, essendo a capo di qualcosa di grande, per forza di cose siamo certi che non potrebbe farci del male, non ce ne farebbe mai!

Non potrebbe farcene!
Non vorrebbe farcene?
Lo farebbe?

Basterebbe riuscire a parlare e riuscire a concludere un discorso insieme a quanti ti credono un folle, soltanto perché non credi nella loro ricostruzione dei fatti. Quella scritta da uno per tutti, quella che è stata prontamente diffusa con una tale imponenza che non ha concesso altre possibili verità.

Perché la verità è sempre una. La verità è quella che è stata scritta prima ancora che qualcosa accadesse, perché in fondo è così che si produce la fiction, si lancia un’idea, si scrivono trame e sceneggiature e poi, e poi…

Ne sa qualcosa Victor che quel giorno passava di lì, vicino al palazzo, quello con l’aereo che lo sorvolava dopo aver sganciato il suo carico.


Victor non ha mai potuto raccontare nulla dei momenti del dopo; come lui tanti altri non sono più tornati a farci sapere di più. Sono rimasti per qualche tempo dentro uno stadio di calcio per poi finire gettati nell’immondizia, nell’oceano o chissà dove.

Oltre il silenzio (Dance me to the end of love)

Un’immagine oltre il silenzio, arrivata e passata come un fulmine. Ecco cosa è stato ieri alle primissime luci del mattino, con gli occhi ancora socchiusi ed in bocca il sapore acre del primo caffè, consumato senza zucchero per agevolare il risveglio.

Immagine dai contorni nitidi, molto chiara e illuminata di luce propria. Un singolo fotogramma che un attimo prima non c’era ancora ed un istante oltre era già svanito tra il frusciare delle foglie sugli alberi e i rumori ancora smorzati di una città che diventa sempre più pigra.

Un’immagine che forse è stata soltanto un sogno che si è prolungato troppo lasciandosi andare oltre gli spazi che si convengono; un sogno che, sovvertendo l’ordine prestabilito, ha deciso di uscire dagli spazi per sopperire e “liberarsi” dalla calda coltre della notte che con fatica era appena andata.

Ma se di sogno si è trattato, non era quello solito che da tempo (immemore), abitualmente, viaggia lungo le notti nella continua danza del ritorno; ogni volta ritornare quasi come per assolvere un vecchio debito con la memoria, per assecondarla (o forse è la memoria stessa a ergersi soggetto e renderlo vivo per farlo camminare con le proprie gambe…).  

Un sogno che non ha le sembianze di se stesso, un sogno che è quasi proiezione futura, una visione.

Che non lascia spazio, intersecandosi con il traffico del grande viale alberato in un mattino di prima estate che tarda ad arrivare; una visione che mescola istanti passati con desideri ormai sopiti ma non per questo dimenticati alla periferia dell’anima nel vortice dell’abbandono.

Un miraggio che solo dentro può esistere. Ed esiste. Dapprima fermo ad un semaforo di città per poi muoversi leggero innanzi allo sguardo, lontanissimo nel tempo e vicinissimo nello spazio antistante di chi al momento è alla guida dell’automobile. Una semplice illusione mentre il semaforo rosso lo costringe fermo, nel mattino presto dove non c’è mai nessuno e dove anche ieri non c’era nessuno, solo la forza di dentro, la forza di un pensiero che ha donato moto a quelle velleità che si erano presentate durante la notte movimentata dal temporale.

E anche adesso le prime gocce di pioggia scivolano accarezzando il parabrezza mentre Leonard sibila, con la sua voce graffiante “mostrami lentamente ciò di cui solo io conosco i limiti” e così dicendo, fuori, la pioggia perde del tutto la sua timidezza in un’altra mattina d’estate in ritardo.

Desiderio di “oltrepassare il panico per sentirsi al sicuro”. Desiderio di chiudere così quel viaggio notturno che dal nulla si è presentato… “dance me to your beauty with a burning violin, dance me through the panic ‘tilI’m gathered safely in, touch me with your naked hand or touch me with your glove, dance me to the end of love…”


Bomba o non bomba… Si arriverà in Siria.

Rieccoci qui, siamo sempre noi, quelli che all’articolo 11 della Costituzione: L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri stati, alle limitazioni di sovranità necessaria ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.
Parole scritte e pensate da chi la guerra l’aveva vissuta, e sofferta, sulla propria pelle e magari intendeva poter evitare che altri dovessero subirla.
Parole sicuramente pensate da chi aveva l’ardire di pensare anche un poco per gli altri. La moda individualista non era ancora stata preconfezionata.
Parole che tanti, molti, troppi, oggi sminuiscono, perché siamo talmente regrediti da non renderci neppure conto di dove stiamo arrivando.
Una deriva continua. Viviamo il tempo dell’avanguardia tecnologica ma ancora si brandisce la clava, crediamo di andare avanti ma abbiamo la retromarcia inserita.
Ed in retromarcia stiamo per raggiungere la Siria, insieme a chi si professa artefice del pacifismo, insieme a tanti, tantissimi, “amici” che prima o poi, finendo i nemici da combattere, per forza di cose ci si rivolteranno contro.
Prima di tutto vennero a prendere gli zingari. E fui contento perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei. E stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, ed io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare (cit. Bertolt Brecht).
Ma perché ci accorgiamo sempre troppo tardi che qualcosa non va per il verso giusto?
Perché non sappiamo evitare di rimpolpare gli arsenali altrui finché siamo in tempo?
Quante stupide domande si muovono nel vento.

Manichei

La Sardegna va a fuoco, si sa è il caldo, e con il caldo queste cose accadono e si propagano; oppure sono i soliti scellerati che non hanno niente di meglio da fare dedicandosi anima e corpo a precise nefandezze. Oppure qualcuno si inventa il fiammifero accidentale, caduto appunto per caso su sterpi secchi che scaldandosi hanno preso fuoco e che prendendo fuoco hanno alimentato il calore (ed ulteriore fuoco) di piante antiche arse dai raggi solari… “alla fiera dell’est per due soldi un topolino mio padre comprò”(cit. Angelo Branduardi).
Poi scopri che anche il Friuli Venezia Giulia sta andando a fuoco ed anche dell’alto nord est italiano che brucia, si raccontano favole che tutto fanno tranne che aiutare a spegnere i fuochi.
Le notizie dalle prime linee raccontano da anni (da decenni?) di mezzi non sufficienti a prevenire prima e a spegnere dopo, gli incendi. Racconti di crisi, di mancanza di fondi. Parole aspre che precipitano nel niente assoluto.
Poi un’altra notizia, non prima e non dopo, perché non esiste un prima ed un dopo, c’è soltanto un’altra notizia che racconta del voto favorevole all’acquisto degli F35 (cacciabombardieri da offesa per una nazione che si è costituita ripudiando la guerra…), bizzarrie…


Notizie correlate? Correlabili? Probabile che noi si sia soltanto una ciurma di manichei, un esercito di straccioni devoti al populismo becero ma intanto, come ogni estate, i nostri polmoni verdi bruciano e con loro bruciano le nostre esistenze.